breve discorso sul male. Capitolo II

 

 

Il concetto di Male in psicologia

In generale si può affermare che il Male non è né un prodotto sociale, né un mero prodotto psicologico. Carl Gustav Jung conferiva realtà al Male riprendendo l’antico motivo gnostico di un Dio buono ma non onnipotente, perché limitato da un potere antagonista. Questa concezione dualistica è presente anche in Freud nel confronto tra principio di piacere e principio di realtà che successivamente si evolverà nel dualismo più radicale tra pulsione dì vita e pulsione di morte. La psicoanalisi è, in tal senso, una derivazione del pensiero gnostico, che pone all’origine non un solo principio: il Bene, Dio, ma l’antagonismo tra due principi: il Bene e il Male, Dio e la sua Ombra. Diceva Jung che: “Senza coscienza umana in cui riflettersi, bene e male accadrebbero semplicemente, o piuttosto non ci sarebbero il bene e il male, ma solo una sequenza di eventi naturali, o ciò che i buddisti chiamano Nidhanachain, l’ininterrotta casuale concatenazione che porta alla sofferenza, alla vecchiaia, alla malattia, alla morte”. Il problema dei Male è, quindi, strettamente legato a quello della coscienza, perché la coscienza è, a sua volta, intimamente connessa al problema del conoscere. Socrate, infatti, riteneva che il male potesse essere fatto solo da chi sa.

Per Freud l’inconscio è l’unica fonte del Male, per Jung è anche il luogo della guarigione, ma per questo occorre aprire un dialogo, che può essere anche rischioso, con la sua parte tenebrosa, che l’autore definisce “Ombra”; ciò in quanto la radice del Male sta nell’unilateralità psichica, mentre la salvezza nella totalità che comprende tutti gli aspetti della psiche anche quelli considerati negativi. L’ambivalenza di Dio è scissa in un immagine di padre buono e, nello stesso tempo, di padre cattivo. Il Diavolo è, invece, la personificazione dell’Ombra che racchiude in sé tutti gli aspetti oscuri della personalità. L’Ombra corrisponde all’inconscio Freudiano perché collegata alla rimozione ma, in aggiunta, coincide anche con una dimensione collettiva inconscia che rappresenta la problematica assoluta del Bene e del Male che ogni individuo vivrà attraverso i vissuti della propria infanzia. Mentre per Freud il prendere coscienza del Male (che per lui è rappresentato dagli aspetti inconsci distruttivi) ha l’effetto di neutralizzare o ridimensionare il “negativo”, per Jung l’elaborazione consapevole dell’Ombra (quindi del Male che c’è in noi stessi) non la neutralizza ma segna l’inizio di un processo di ampliamento della personalità dovuto all’integrazione di aspetti del Sé prima rimossi ed autonomi.

Gli esseri umani hanno in genere una visione del mondo manichea con la tendenza ad operare una netta distinzione tra Bene e Male; tra i buoni da una parte ed i cattivi dall’altra. Una distinzione così netta per cui i buoni e i cattivi si possono identificare immediatamente è rassicurante da un punto di vista psicologico. Illude che esista un libero arbitrio che consenta all’uomo di controllare la propria vita. Un mondo con un ordine ben preciso in cui ognuno è libero di agire secondo coscienza, razionalità e libertà. Di conseguenza nasce la tendenza ad “attribuire un significato” a tutto ciò che succede e, di norma, in questa attribuzione di significato, non si considerano mai le influenze situazionali. Ciò dipende dalle caratteristiche della percezione: per ragioni di economia intellettiva si tende a focalizzare l’attenzione sugli attori presenti sulla scena, non sulla scena stessa, sulla situazione. Per giungere a conclusioni più precise ed approfondite c’è bisogno di tempo, della volontà di comprendere e la possibilità di accedere ad informazioni che non sempre sono immediatamente disponibili e che hanno la funzione di attribuire un significato a determinati fatti ed a “giudicare” le persone coinvolte nella situazione.

Spesso ci si trova in contesti che esulano dall’ordinario o imprevisti, in queste ipotesi diventa quasi impossibile pronosticare come si agirà perché non si può fare affidamento su schemi comportamentali strutturati. Nei contesti familiari l’uomo vive ed agisce interpretando un ruolo sociale che si è costruito in base al quale il comportamento è dettato da aspettative ed è conforme ad esse; in questi casi imprevisti non valgono più concetti come “libero arbitrio” o “razionalità” e persone con tratti di personalità altruistici e classificate come “buone” possono compiere atti apparentemente malvagi, specie se giudicati a posteriori.

In situazioni impreviste possono emergere malvagi od eroi, in base a caratteristiche latenti che l’evento imprevisto ha scatenato. Tutti hanno dentro di sé Bene e Male, e anche se pochi scelgono il Male deliberatamente – salvo la presenza di disfunzioni psichiche anche gravi quali psicosi o sociopatie – la maggior parte tende semplicemente a reagire alle situazioni in base a stimoli spesso istintivi: la paura ad esempio è un’emozione governata prevalentemente dall’istinto ed ha come obiettivo la sopravvivenza dell’individuo ad una presunta situazione di pericolo; si scatena ogni qualvolta si presenti un possibile rischio per la propria incolumità e porta ad azioni che giudicate a mente fredda potrebbero sembrare malvage. In altri casi l’essere umano tende a preservare un’immagine positiva di se stesso. Quando questa immagine si trova in conflitto con azioni compiute od omesse, allora scattano meccanismi di difesa mentale che servono a salvaguardare la mente dall’angoscia che si proverebbe nel pensare di non essere aderenti all’immagine che si ha di se stessi. Tali meccanismi di “disimpegno morale” hanno la funzione di disimpegnare temporaneamente la condotta dei principi morali. Questi meccanismi vengono attuati quando vi siano notevoli vantaggi da un’azione che porterebbe al raggiungimento di determinati obiettivi ma che viene ritenuta degna di biasimo sociale per il soggetto. La condotta trasgressiva è regolata da due principali tipi di sanzioni: le sanzioni sociali per le quali chi opera un’azione “socialmente deplorevole” viene esposto a una punizione o a una censura dalla società e le sanzioni internalizzate che operano in modo anticipatorio rispetto al comportamento. Queste ultime rispondo a principi morali consolidati nella persona e la espongono a sentimenti di autocondanna e di riprovazione per il proprio comportamento.

In psicologia i meccanismi di disimpegno morale vengono ordinariamente ricondotti ad otto tipologie che possono entrare in gioco isolatamente o in una sorta di sostegno reciproco e agiscono su tre diverse fasi del processo di regolazione dei comportamenti: sulla valutazione della condotta in sé, sulla valutazione delle conseguenze dell’azione e sul giudizio nei confronti delle vittime:

  1. La giustificazione morale: in base alla quale si ristruttura una situazione riconducendola a concetti ed a standard morali ed ideologici: porre in essere un’azione deprecabile pensando che la si sta facendo per un ideale, per esempio, ne dà una giustificazione morale e la fa sembrare meno malvagia.
  2. Lo spostamento della responsabilità serve a minimizzare il ruolo attivo nelle azioni malvage, permettendo il mantenimento dei principi morali che vengono esplicitamente violate da esse. Nel processo citato dalla Arendt in “la banalità del male”, la difesa di Rudolf Eichmann si basò sull’affermazione che il funzionario nazista eseguisse solamente degli ordini, e quando si eseguono ordini si può facilmente pensare che la colpa è di chi gli ordini li dà e che non si possa fare diversamente.
  3. La diffusione della responsabilità quando ci si trova in gruppo, in queste occasioni è più facile farsi trascinare e non assumersi le responsabilità di quanto fatto. I gruppi di tifosi violenti usano il gruppo come difesa per compiere atti vandalici e violenti avendo meno paura di essere identificati e ritenuti colpevoli. Più la responsabilità è diffusa, minore è quella individuale nella coscienza del partecipe all’azione disdicevole. Allo stesso modo la diffusione di responsabilità interviene anche quando diverse persone si trovano coinvolte in qualche maniera in una situazione imprevista, per esempio se qualcuno chiede aiuto. In questi casi è dimostrato che quanto più persone assistono alla richiesta di aiuto, tante meno possibilità vi sono che qualcuno intervenga.
  4. L’attribuzione di colpa è un meccanismo di difesa che tende ad attribuire alla vittima la colpa per il danno che subisce. Se si pensa che la vittima si è in qualche modo cercata il Male, che viene invece visto come una punizione, allora ecco che il Male inflitto sembra giustificato. Il comportamento malvagio è stata una risposta giusta e dovuta ad un altro comportamento provocatorio. Così spesso negli stupri, ad esempio, si tende a colpevolizzare la vittima che, vestita in modo provocante, “si è cercata” l’aggressione.
  5. La deumanizzazione è caratterizzata dal mancato riconoscimento della qualità di essere umano a chi è vittima di azioni violente. L’atteggiamento in genere scaturisce dal fatto che compiere il Male contro altri esseri umani è comunque sempre molto difficile perché, se si percepisce l’altro come essere umano, scattano meccanismi di empatia ed identificazione e sensi di colpa. Sul meccanismo della deumanizzazione si sono basate, ad esempio, le violenze del Klu Klux Klan contro gli uomini di colore in America o l’Apartheid in Sud Africa.
  6. L’etichettamento eufemistico tende a sminuire la gravità del comportamento; il linguaggio dà forma agli schemi di pensiero su cui si basano le azioni le quali possono dunque assumere aspetti diversi in funzione del modo in cui sono definite. Un’aggressione violenta definita in maniera asettica o addirittura positiva diminuisce o addirittura elimina ogni remora morale nell’agente. I “bombardamenti chirurgici” effettuati dai paesi occidentali nel medio oriente, infatti, richiamano alla mente l’attività medica che è positiva ed i morti civili vengono definiti “danni collaterali” evitando accuratamente di definirle vittime innocenti. Dare nomi meno carichi emotivamente ad una azione, aiuta a percepire l’azione come meno grave.
  7. Il confronto vantaggioso. Il modo in cui vediamo un comportamento cambia secondo ciò che gli mettiamo a confronto. I terroristi utilizzano ampiamente questo meccanismo quando considerano il proprio comportamento omicida come sacrificio altruistico confrontandolo con le crudeltà inflitte al loro popolo con cui si identificano. Confrontare le proprie azioni con quelle compiute da altri e considerate come più gravi, infatti, fa percepire come meno grave la propria azione.
  8. La distorsione delle conseguenze si ha quando non si vedono gli effetti delle proprie azioni; evitando di pensare alle conseguenze negative delle proprie azioni, gli individui perseguono più facilmente l’obiettivo personale. Questa distorsione aiuta a formare una distanza tra il soggetto danneggiante e la vittima danneggiata, attenuando il controllo morale.

Sebbene i meccanismi di disimpegno morale operino simultaneamente nel processo di autoregolazione, essi differiscono per grado di influenza nelle diverse età. Ad esempio, l’interpretazione della condotta lesiva come funzionale a scopi giusti, il disconoscimento della responsabilità per gli effetti lesivi e la svalutazione di coloro che vengono maltrattati sono le modalità maggiormente utilizzate per autogiustificarsi durante l’infanzia e l’adolescenza. Mentre celare attività riprovevoli dietro denominazioni eufemistiche oppure renderle innocue tramite il confronto palliativo sono meccanismi che richiedono capacità cognitive avanzate e sono pertanto utilizzate con minor frequenza. Il processo di disimpegno morale, che trasforma individui benevoli in carnefici, non avviene sicuramente repentinamente, bensì in maniera graduale. Il mutamento avviene attraverso una progressiva rimozione del sentimento di autocensura. Inizialmente, coloro che compiono azioni disumane si abbandonano a misfatti abbastanza limitati, che essi mettono in atto non senza qualche difficoltà morale. Una volta che la ripetitività degli atti di natura violenta ha smussato il loro sentimento di colpevolezza, le azioni diventano via via più odiose, fino al punto che azioni considerate all’inizio come ripugnanti, vengono perpetrate quotidianamente senza suscitare angoscia né disgusto.

Giuseppe Motta

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