Post Verità, Fake News e… Complotti

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Tecnologia e “disintermediazione”

Nell’era della postmedialità, dove l’ipertecnologia ha la pretesa di controllare l’uomo in maniera totale, l’informazione e la comunicazione assumono un rilievo strategico nell’interazione con l’imprevedibilità e la complessità dei processi socio-tecnologici. Gestirle significherebbe dare un senso alla sterminata disponibilità di dati e informazioni disponibili sul Web; ma, proprio per la vastità delle informazioni reperibili e la conseguente difficoltà di decodifica, è indispensabile prestarvi molta attenzione, in particolare nella scelta e nell’interpretazione di esse. Il rischio è quello di cadere nella logica della ricerca delle soluzioni più semplici per problemi che sono invece decisamente complessi, magari cedendo a quella retorica della disintermediazione, a quell’utopistica democrazia diretta ed orizzontale, che ha la caratteristica di banalizzare i sistemi complessi, studiandoli come se fossero semplici.

Al paradigma verticale dunque si è sostituito quello orizzontale. In altri termini non esiste più solo un produttore-emittente di informazioni, da una parte, ed una massa indistinta di fruitori, dall’altra, bensì coesistono una pluralità di attori sociali che interagiscono in maniera reticolare. Si tratta di un cambio di paradigma che mette in forte discussione modelli consolidati di produzione, di consumo e di trasmissione del sapere oltre che della costruzione dell’opinione pubblica.

Ma chi sono gli intermediari di cui la società pensa di poter fare a meno? Sono i “custodi” dei canali della conoscenza, mediante una selezione più o meno elastica di contenuti e prodotti, facendoli transitare da un sistema ad un altro: l’esempio tipico e forse, come vedremo, anche più pericoloso, è quello di una richiesta diffusa nella società che diventa proposta di legge, così come un accadimento, perfettamente normale se contestualizzato, che diventa notizia.

Tutto ciò è amplificato dalla tecnologia digitale che rende enormemente più veloce tale passaggio di informazioni ed incide sul fattore umano e sul sistema delle relazioni sociali, assumendo gli stessi caratteri di qualsiasi processo sociale e culturale di mutamento. questi ultimi, con tempi molto più concentrati e con l’indeterminatezza dei luoghi, mostrano l’insufficienza dei paradigmi e dei modelli interpretativi delle culture tradizionali e l’inadeguatezza dei moderni strumenti di controllo e gestione dell’informazione.

La complessità è una caratteristica strutturale delle relazioni sociali e riguarda, in modo particolare, le relazioni tra gruppi umani, organizzazioni e società e, di conseguenza, non può essere interpretata sulla base di modelli lineari di causa-effetto. Si tratta, pertanto, di una complessità non gestibile ed imprevedibile, tutt’al più riducibile[2]. La riduzione della complessità, nell’era della disintermediazione, diventa fondamentale per comprendere i processi di cambiamento sociale e culturale della società ed è quindi necessario recuperare, in tal senso, la consapevolezza che le Istituzioni, i processi e i meccanismi di mediazione devono tornare a svolgere una funzione strategica. In particolare, le figure di mediazione, proprio per questo loro essere strategiche, devono essere intellettualmente libere e costantemente aggiornate a riconoscere e confrontarsi con la ricchezza delle relazioni sistemiche ipercomplesse e dei livelli di connessione che caratterizzano ormai la vita stessa.

La disintermediazione è un problema per una società come la nostra, perché contribuisce a rompere dei legami che sono già in crisi e isola le Istituzioni rendendole sempre più distanti dai cittadini. Nessun settore ne è indenne: da quello finanziario, dove le attività di prestito tra privati (social lending) e di finanziamento collettivo (crowdfunding) si pongono in contrapposizione con il sistema bancario, a quello del tempo libero, dei viaggi e delle vacanze con le offerte peer to peer, a quello dei trasporti (Uber, Blablacar), della musica (Spotify), in un contesto sociale che grazie alla Rete sta costruendo i fondamenti dell’economia dell’accesso e le basi per nuovi modelli di consumo che possiamo definire post-proprietari. Ma il problema della disintermediazione acquisisce sempre più rilievo anche nel campo della salute dove sempre più frequentemente l’accesso alla medicina tradizionale viene bypassato da consigli e terapie cercate in Rete in maniera spesso approssimativa ed atecnica, con conseguenze a volte fatali. Infine nel modo dei “vecchi” media, dove, grazie ai servizi interattivi on demand, l’utente può fruire di un programma televisivo in qualsiasi momento senza dover subire orari di programmazione magari non graditi.

Le post verità, le fake news ed il complottismo sono dunque solo il frutto più evidente e pericoloso di questa tendenza, specie per le gravi conseguenze che possono portare allo sviluppo funzionale della società.

  1. Le Post verità

La post verità è stata eletta parola dell’anno nel 2016 dall’ Oxford Dictionary, mentre il Collins dictionary ha, a sua volta, dichiarato fake news parola dell’anno 2017. La post verità è una situazione in cui i dati di fatto non sembrano avere molta presa nella comunicazione, né costituiscono un criterio di riferimento nelle scelte; sarebbe quindi più corretto parlare di “oltre verità” piuttosto che di “post verità”. In altri termini la verità è diventata irrilevante, non falsificata o contrastata, semplicemente non assume alcun rilievo nella scelta culturale[3]. Ciò che la post-verità mette in discussione è dunque il valore dei fatti, dei dati oggettivi, la loro forza persuasiva e la possibilità di utilizzarli per smascherare una menzogna. Quello che viene meno, con la disintermediazione è il fact-checking: la verifica, cioè, del grado di attendibilità delle informazioni. In genere l’utente della Rete reagisce alle informazioni tendendo a credere solo nei fatti che confermano la propria opinione e diffida o respinge in toto quelli che la smentiscono. Spesso si mette in dubbio l’attendibilità di chi ha svolto il fact-checking, magari evocando teorie complottistiche che trovano conferma su Internet e sui social network.

Si tratta di una vera e propria mutazione antropologica in base alla quale il mondo virtuale ha un tale impatto sul mondo reale da modificarne le nozioni di spazio e di tempo, da produrre un cambiamento nella percezione di sé, degli altri e del mondo esterno, con conseguenze negative sul modo di comunicare e di apprendere. In pratica vengono a mancare non solo il concetto classico di verità quale realtà obiettiva, ma anche le Istituzioni che dovrebbero esserne garanti e la fiducia nella società di cui si è parte.

la Rete come mezzo di comunicazione “molti a molti” consente ai singoli di prendere la parola e di esprimere il proprio punto di vista rivolgendosi a un pubblico indifferenziato e potenzialmente infinito, senza passare attraverso la “mediazione” di tv, radio e carta stampata, ma questo non coincide quasi mai con la formazione di una opinione pubblica informata capace di discernere il vero dal falso. Anzi spesso impedisce, paradossalmente, il confronto tra diversi punti di vista e determina la costituzione di “comunità di simili” che evitano sempre ogni occasione di confronto o scambio culturale.

Nell’era della post-verità, le comunità di simili danno vita ad un rumore di fondo, di echo chambers che hanno lo scopo di riprodurre e convalidare un punto di vista, o a cybercascades – che sfruttano la predisposizione di un gruppo e la sua scarsa capacità di critica – caratterizzate dall’odio e dal disprezzo verso chi è individuato come un nemico. Gli “imprenditori dell’hashstag” sfruttano questi meccanismi collettivi per indirizzare il fanatismo, l’odio, lo spirito di appartenenza e i desideri verso direzioni prestabilite di volta in volta, con risvolti sia commerciali, che ideologici e politici.

Le echo chambers diffondono la propria verità e rispondono al più antico desiderio dell’uomo, quello di avere ragione sempre ed a tutti i costi. L’uso dei social network e dei social media alimenta la propaganda e fa sì che la democrazia passi da un sano dibattito con contrapposizioni dialettiche di opinioni ad un mero conflitto tra esse, peraltro espresse senza nessuna verifica dei contenuti e senza alcun confronto[4]. In questi termini, la Rete più che uno strumento democratico manifesta un’attitudine autoritaria, dove, pur esistendo la massima libertà di espressione, questa viene sistematicamente vanificata da una moltitudine indefinita di vere o false opinioni che creano un rumore di fondo che annulla ogni ricaduta democratica di tale libertà. La libertà di manifestazione del pensiero non viene cancellata ma, molto più pericolosamente, viene indirizzata, ne viene definita la cornice entro cui può manifestarsi, di conseguenza non è più rilevante la distinzione tra vero e falso, purché ci si mantenga entro i limiti subdolamente tracciati[5].

  1. Le Fake News

La fake news è una manifestazione della post verità ed indica un’informazione falsa o parzialmente vera, spesso sensazionalistica, che viene presentata come verità ed è pubblicata e diffusa attraverso Internet a scopo propagandistico o di attacco verso un’idea o una persona. In realtà le notizie false sono state storicamente sempre diffuse ad arte con dei precisi scopi. Una delle prime “bufale” di cui si ha traccia è la cosiddetta “donazione di Costantino”, un documento in base al quale l’imperatore Costantino si era convertito al cristianesimo in segno di gratitudine verso papa Silvestro che lo aveva guarito miracolosamente dalla lebbra, donando contestualmente alla Chiesa di Roma un terzo dell’impero e dando così giustificazione giuridica al potere temporale della Chiesa[6]. Ma questa non è l’unico Fake che la storia ricordi, più di recente, ad esempio, l’attore americano Orson Welles il 30 ottobre 1938 sconvolse l’America con una falsa radiocronaca in diretta dello sbarco dei marziani sul suolo americano che molti ritennero vera e che guadagnò le prime pagine di tutti i maggiori giornali della Nazione. Solo settant’anni fa non dimentichiamo che tra i cattolici più bigotti si diffuse con incredibile facilità la notizia che i comunisti in Unione Sovietica mangiavano i bambini, notizia spesso avallata nelle omelie in Chiesa dagli stessi preti e che divenne nel secondo dopoguerra l’arma più agguerrita della propaganda anticomunista[7].

Se le fake news hanno una lunghissima storia, tuttavia l’impiego sistematico della manipolazione in campo politico e commerciale subisce una fortissima accelerazione nel secolo XX. E ciò a causa di tre processi concomitanti, che si sono reciprocamente rafforzati:

  1. In primo luogo, con l’avvento dei grandi mezzi di comunicazione di massa nel corso del Novecento si è assistito al perfezionamento degli strumenti di propaganda e di manipolazione. Al tempo stesso, sia per ragioni economiche che per ragioni politiche, tali strumenti sono stati sempre più centralizzati nelle mani degli stati o di grandi organizzazioni politiche e commerciali. Di conseguenza, da un lato i mass media erano un fattore essenziale del processo di “democratizzazione della società”, dall’altro contenevano un potenziale assai pericoloso di concentrazione del potere di influenza e di governo sulle masse (i regimi totalitari ne sono un tragico esempio).
  2. In secondo luogo si sono straordinariamente perfezionate le conoscenze psicologiche e sociologiche sulle intenzioni, le motivazioni e i comportamenti umani.
  3. In terzo luogo, ma non meno importante, nel corso del Novecento sono profondamente mutati i concetti di “verità” e di “riferimento alla realtà”, cioè di quei concetti talmente inscindibili tanto da costituire un argine contro le azioni e i progetti manipolatori.

Tali concetti sono stati messi in discussione in modo radicale nell’ultimo secolo dai filoni di maggior successo in campo filosofico, sociologico, delle scienze della comunicazione e degli studi sul giornalismo. La critica si è basata, da un lato, sulla contestazione teorica delle semplicistiche definizioni di verità e di realtà affermatesi con il pensiero positivistico; dall’altro, sul rifiuto politico della Verità come strumento di cui si sono sempre appropriati e avvalsi i detentori del potere, i quali hanno affermato la propria verità come la Verità, a difesa dei loro interessi e della loro posizione di egemonia sociale. Attraverso questi percorsi, la critica della Verità che si opponeva a un concetto di verità unidimensionale e spesso ideologico, ha condotto al rifiuto e alla rimozione di ogni concetto di verità e di riferimento alla realtà, generando un pericoloso effetto probabilmente non intenzionale. Infatti l’indebolimento del concetto di Verità come riferimento alla realtà ha portato a una crescente confusione tra realtà e rappresentazione, tra vero e verosimile, tra interpretazione e manipolazione che ha rappresentato un perfetto terreno di coltura per pratiche sempre più estese e pericolose di manipolazione.

Oggi la diffusione di notizie false è una pratica ricorrente, grazie al Web, soprattutto per via della rapidità del mezzo telematico e per il fatto che la moderna velocità dello scambio non è accompagnata da un’accurata ricerca delle fonti e della ragione per cui le stesse possano essere considerate autorevoli. Con il Web 2.0, l’informazione non ha più la stessa natura unidirezionale che aveva in passato; tutti coloro che frequentano la Rete possono partecipare alla costruzione della realtà, con un diverso grado di autorità per chi ascolta, che va ogni giorno negoziato nell’ecosistema informativo. Una qualsiasi notizia per noi assume valore informativo solo se si inserisce coerentemente nella macro-narrazione, basandosi su assunti verificabili o, quanto meno, corretti per noi. In mancanza di questi, la notizia non è falsa, ma neanche vera: è, al massimo, verosimile.

Esaminando le più diffuse Fake news si possono individuare, più specificamente, tre diverse aree semantiche:

  1. le notizie che hanno ad oggetto eventi mai accaduti, ma che diventano “reali” perché qualcuno li fa diventare una notizia e per le conseguenze e gli effetti che producono[8];
  2. le forme di falsificazione e omissione dell’informazione, che sono intenzionali ed hanno lo scopo precipuo di nascondere o deformare la verità di fatti che non si vogliono far conoscere nella loro interezza o verità. La falsificazione, in questi casi, altera o deforma i dati della realtà e può riguardare sia la quantità che la qualità di un evento o delle sue cause[9]. L’omissione invece tende ad escludere o mettere in secondo piano le informazioni rilevanti per la comprensione di un determinato fatto, quelle mezze verità che è molto più difficile smentire.
  3. le manipolazioni, che necessitano della complicità di alcuni dei destinatari, come le claque organizzate in comizi o programmi televisivi a supporto dell’ospite di turno.

Le fake news dunque non sono perciò solo bufale facilmente contestabili mediante l’agire comunicativo fondato sulla razionalità e sulla verifica dei fatti, bensì sono l’emblema radicale di quell’affermazione postmoderna in base alla quale non ci sono “fatti ma solo interpretazioni”[10]. È la quantità delle condivisioni e dei post che, parafrasando il noto adagio Hegeliano, trasforma la quantità in qualità, la “bufala” in verità, l’interpretazione in “fatto”.

  1. Il complottismo

 

Il “complottista” per definizione è una persona convinta che i maggiori avvenimenti di attualità, politica, storia, economia e scienza siano frutto di un complotto organizzato e gestito da gruppi di controllo globale, in grado di decidere il destino ed il futuro della popolazione mondiale. Secondo un diffuso luogo comune, i teorici del complotto sono pochi ma motivati estremisti, di mezza età, depressi ed emarginati, con la mania per le ricerche storiche. In realtà l’appartenere alla categoria dei “complottisti”, prescinde dal livello sociale, dall’intelligenza e dalla cultura in quanto è possibile trovarne indifferentemente in ognuna di queste categorie[11].

La personalità complottista è legata a disturbi della personalità ben precisi ed è in genere accompagnata da difficoltà di relazione con il prossimo, ad insicurezza lavorativa o mancata realizzazione professionale e, soprattutto, ad uno stato anomia, a quella mancanza di regole sociali che controllano il comportamento nella società. Ognuno ha la necessità di dare un senso a ciò che accade, di ridurre la complessità del mondo, di conseguenza quando non si comprende un avvenimento, dal punto di vista fisiologico, interviene una ghiandola del cervello, l’amigdala, che induce una reazione di fronte alle minacce, all’incertezza e all’ansia per il futuro; ciò spinge il cervello a una continua e ripetuta analisi delle informazioni a disposizione al fine di dare un senso a quello che accade e gestire le successive reazioni. V’è poi una sorta di complesso di inferiorità represso che porta l’uomo a dover dimostrare a tutti i costi di essere “fuori dal coro” e di riuscire a comprendere tali eventi meglio degli altri, della massa, perché a differenza di quest’ultima non ci si accontenta delle spiegazioni ufficiali.

In genere il “complottista” è recidivo, nel senso che chi sposa una teoria ha alte probabilità di credere anche alle altre. Le teorie del complotto sono assolutamente immuni alla confutazione, anzi, per certi versi, se ne alimentano: se una cosa sembra una cospirazione, sicuramente lo è. Se invece non sembra una cospirazione, allora vuol dire che l’autore è talmente potente ed ha a disposizione tali mezzi da riuscire a coprirla. Le prove, anche scientifiche, che contraddicono la teoria sono viste come atti di disinformazione, un inganno e, di conseguenza, diventano esse stesse prove del complotto. Per lui tutto è complotto: Elvis Presley, Jim Morrison Michael Jackson e Bob Marley, sono vivi ma volevano chiudere con la loro vita per ricominciarne un’altra più anonima; Paul Mc Cartney è un sosia che ha sostituito l’originale morto in un incidente stradale; il presidente degli Stati Uniti J. F. Kennedy fu vittima di un complotto che coinvolse la CIA, la mafia, il governo americano, insomma tutti tranne che il vero colpevole; l’uomo non è mai stato sulla Luna, si è trattato di un finto allunaggio realizzato in studio, il tutto solo per “vincere” la corsa alla Luna con l’Unione Sovietica. Più recentemente, l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre fu un complotto ordito dallo stesso governo americano, e il “New World Order”, il nuovo ordine mondiale, un governo totalitario e centralizzato che governa il mondo intero, controlla la popolazione e concentra il potere in un gruppo ristretto. Ed ancora i no Vax, che ritengono dannosi i vaccini perché provocano l’autismo o addirittura la morte; le morti di cancro causate consapevolmente dalla lobby dei “Big Farma”; le scie chimiche che avvelenerebbero la popolazione; i seguaci della teoria della “terra piatta” che ritengono che alla popolazione mondiale sia stata nascosta questa fondamentale verità e che cioè la terra è in realtà piatta (perché poi, non si comprende).

Esistono “complottisti professionisti” che spargono allarmi e diffondono “verità” a scopo politico o commerciale ma il “complottista modello”, l’idealtipo, di norma si sente superiore al resto degli individui: è uno che sa come sono andate le cose e cerca di spiegarle al “popolo bue” che dorme senza rendersi conto di essere solo una pedina in mano ai potenti. “Gli altri” sono semplicemente schiavi della propaganda, dei giornali e dei social, mentre lui è libero, furbo ed attento per cui non può essere vittima della disinformazione e della manipolazione che invece colpisce gli altri. In psicologia si parla di “effetto della terza persona” in base al quale ognuno di noi tende a credere di essere poco influenzabile, o addirittura insensibile all’effetto dei media mentre gli altri ne sono molto più esposti si ha l’errata percezione che i media abbiano un forte effetto di persuasione sugli altri ma non su se stessi. Chi è sottoposto alla lettura di teorie di complotto e di cospirazione, dunque, non si rende pienamente conto di quanto queste influenzino il suo pensiero. La base dell’effetto della terza persona sta nella “ignoranza pluralista”. Le persone si considerano meno vulnerabili e influenzabili perché ognuno crede che gli altri non saranno in grado di analizzare e valutare le informazioni con la stessa acutezza come lo faremo noi, sia perché gli altri non possiedono dati sufficienti per fare la loro valutazione sia perché non ne hanno l’adeguata capacità intellettuale.

Mark Fenster, uno studioso americano delle teorie del complotto, rileva come tutte le teorie sui complotti hanno le medesime caratteristiche:

  • –     il complotto è sempre in atto ed ha come obiettivo tutti, noi in particolare;
  • –     si tratta sempre di una cospirazione organizzata in gran segreto da qualcuno, che mira a nasconderne ogni traccia;
  • –     i cospiratori sono potenti, infatti tutti i complotti riguardano il controllo del potere.
  • –     i cospiratori mirano al controllo delle informazioni che nascondono al fine di orientare i comportamenti delle vittime per dominarli.
  • –     Le teorie del complotto sono sempre populiste perché pretendono di stare dalla parte dell’”uomo comune”, contro il “potere”: disprezzano le élite, i ricchi, i potenti, i colti, gli scienziati.
  • –     la “cultura complottista” tende sempre a trovare adepti mediante la diffusione, spesso inconsapevole, di bufale, che trasmettono sempre e comunque un’informazione negativa[12].

Ciò non vuol dire che la persona affetta dalla paranoia complottista sia ingenua o stupida, lo stupido “può anche dire una cosa giusta, ma per ragioni sbagliate”, il paranoico invece è fortemente condizionato dalle sue convinzioni tanto da farne ragione di vita, è quello che Umberto Eco, nel “Pendolo di Foucault”, nel dialogo fra Belbo e Casabuon al bar Pilade, chiama “il matto”: “Il matto li riconosci subito. E’ uno stupido che non conosce i trucchi. Lo stupido la sua tesi cerca di dimostrarla, ha la sua logica sbilenca ma ce l’ha. Il matto invece non si preoccupa di avere logica, procede per cortocircuiti. Tutto per lui dimostra tutto. Il matto ha una idea fissa, e tutto quel che trova gli va bene per confermarla. Il matto lo riconosci dalla libertà che si prende nei confronti del dovere di prova, dalla disponibilità a trovare illuminazioni[13].

  1. Politica criminale

Post verità e fake news pongono una serie di problemi nuovi per l’Ordinamento giuridico, in particolare dal punto di vista della politica criminale che mira ad eliminare o, quanto meno, a ridurre i comportamenti devianti ritenuti socialmente più gravi avvalendosi del diritto penale, ma anche di tutta l’intera gamma degli interventi, da cui il fenomeno sociale deviante possa essere colpito e prevenuto più in radice[14]; di conseguenza diventa fondamentale la verifica della legislazione penale vigente per verificare se l’informazione corretta rientri tra i beni che il diritto penale intende tutelare e di conseguenza per indagare se l’informazione corretta e fondata incida sulle decisioni politiche aventi ad oggetto l’impiego del diritto penale.

Se si considera la legislazione penale, la rilevanza del bene giuridico dell’informazione corretta e fondata si desume dalla circostanza che in numerose fattispecie è criminalizzata la condotta contraria, ossia la condotta di diffusione di informazioni false, non rispondenti al vero, esagerate o tendenziose. Falsa è la notizia completamente difforme dal vero e priva di fondamento; esagerata è la notizia che, pur basandosi su un fondamento di verità risulta amplificata, in modo iperbolico; è tendenziosa la notizia che, pur riferendo cose vere, viene presentata in modo da ingenerare in chi la apprende una rappresentazione deformata della realtà. Non bisogna però identificare i cosiddetti rumors (le “voci”) con la notizia, invero a differenza della “voce”, caratterizzata dalla vaghezza e dalla incontrollabilità, la notizia non è del tutto svincolata da oggettivi punti di riferimento che consentono la identificazione degli elementi essenziali di un fatto e ne rendono possibile il controllo[15]. In questo contesto la criminalizzazione della diffusione di informazioni non corrette dipende dalla capacità di tale condotta di ingannare i destinatari, in contesti nei quali la correttezza dell’informazione e la fiducia sono essenziali per l’integrità dei beni giuridici tutelati. Il disvalore associato alla divulgazione di informazioni false dipende inoltre anche dalla sua potenzialità di condizionare le scelte di comportamento dei destinatari.

Di recente, il livello di attenzione sulle potenzialità offensive connesse alla diffusione di notizie false si è rivelato particolarmente alto, tanto che è stato presentato il disegno di legge in Senato, A.S. n. 2688 del 2017. L’intervento penalistico sarebbe affidato in particolare all’introduzione di nuove figure di reato, volte a incriminare la “Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico, attraverso piattaforme informatiche” e la “Diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme o fuorviare settori dell’opinione pubblica”[16].

Le scelte politiche, mirano alla prevenzione e alla repressione della criminalità, e prendono le mosse dallo stretto connubio tra il sistema dei media e quello politico, che incide, spesso in negativo, sulle dinamiche dei processi comunicativi e decisionali collettivi. Da un lato, infatti, i programmi politici tendono a recepire le istanze e le aspettative degli elettori, quali emergono dai sondaggi; Dall’altro, i mezzi di comunicazione di massa svolgono un ruolo determinante nel plasmare tali aspettative, così come nel fomentare quel “mercato della paura”, che, condizionando la percezione dei rischi da parte della collettività, facilita l’adozione di politiche criminali spesso liberticide.

L’agenda mediatica proposta o imposta da chi la gestisce e dai politici di riferimento riesce a creare una scala delle priorità che influenza l’opinione pubblica, la quale, a sua volta, reclama quegli interventi che il mondo politico aveva già preventivato. A titolo esemplificativo, si può notare come la stragrande maggioranza delle notizie tratte dai social o che vengono veicolate dai telegiornali e dalla carta stampata riguardano reati commessi da immigrati, tanto più raccapriccianti quanto più virali, che hanno lo scopo politico di aumentare la paura verso lo straniero e fomentare l’odio razziale in modo da ottenere un malcontento diffuso. Da qui la giustificazione per interventi normativi che mirano apparentemente alla difesa dei cittadini dalla criminalità, ma che nascondono un inasprimento del controllo sulla libertà degli stessi cittadini e la creazione di uno stato di polizia. Un improvviso aumento delle post-verità o delle fake news in relazione ad alcuni argomenti, di norma, prelude a d un intervento politico che mira apparentemente a combattere un fenomeno grave ma che ha ovviamente altre finalità. La predisposizione del “decreto sicurezza” è stato preceduto da un bombardamento mediatico sulla pericolosità dell’immigrazione dando la sensazione che tutti gli extracomunitari fossero dei criminali sanguinari che vengono in Italia per rubare stuprare ed uccidere. Allo stesso modo l’annunciata riforma sulla legittima difesa è stata preceduta da un’incredibile campagna televisiva e sui social su vittime di rapinatori seriali che entrano in case altrui per rubare compiendo le più incredibili violenze sugli abitanti.

Orbene se si guardano le statistiche si nota come non è affatto vero che i reati violenti commessi dagli immigrati sia aumentato esponenzialmente rispetto a quelli commessi dagli italiani: prendiamo il periodo fra il 2007 e il 2015. In questo periodo il numero degli stranieri residenti in Italia è passato da circa 3 milioni a poco più di 5. Nel frattempo, tutti i principali indicatori con cui si misura la criminalità sono diminuiti. Il numero delle denunce dei reati più gravi è passato da 2,9 milioni a 2,6. Sono diminuiti gli omicidi, che non sono mai stati così pochi dall’unità d’Italia, ma anche le rapine e le violenze sessuali, passate dalle quasi cinquemila del 2007 alle quattromila del 2015. Il numero dei furti è rimasto sostanzialmente invariato.

In un periodo di tempo quasi sovrapponibile, dal 2004 al 2014, le denunce per reati con autori noti a carico degli stranieri sono effettivamente aumentate del 34,3 per cento, a fronte di un pari aumento percentuale degli stranieri residenti, secondo i dati messi a disposizione dal ministero dall’Interno. Ma la stima è compatibile, e anzi inferiore, rispetto all’aumento delle denunce nei confronti degli italiani, che nello stesso periodo sono cresciute del 40 per cento a fronte di una leggera diminuzione dei residenti italiani[17].

Allo stesso modo l’ampliamento dei confini della legittima difesa, fermo restando che la scriminante esiste già[18], corre il rischio di far aumentare la presenza di armi nelle case, senza considerare quanti siano veramente in grado di usarle (non è andando al poligono una volta al mese che si impara ad usare un’arma contro un altro uomo) e quante di queste verranno usate per altri scopi (femminicidi, suicidi, ecc):il tempo ci darà ragione o torto.

In definitiva possiamo condividere il pensiero di quell’illustre penalista che affermava che “il Sistema penale funge da collettore di bisogni di pena veicolati dal Sistema sociale attraverso la ‘cassa di risonanza’ del Sistema mediatico; a sua volta, il Sistema mediatico funge da induttore (manipolatore) di consenso sociale ‘su richiesta’ del Sistema penale a fini di (auto)legittimazione[19]. L’utilizzo della post-verità e delle fake news assegnano all’opinione pubblica il ruolo di oggetto inconsapevolmente traghettato da un modo di concepire la realtà ad un altro, per effetto dell’azione di attori – per lo più i social media ed i mass media classici– consapevoli e comunque guidati da una logica commerciale e/o politica, contrapposta all’illogicità delle posizioni invece assunte dalla collettività in conseguenza di tali azioni. Dunque, quando si dà luogo all’approvazione di provvedimenti penali simbolici[20] e di interventi che non mirano all’effettiva tutela di beni giuridici ma ad uno scopo di rassicurazione collettiva, occorrerebbe riflettere se si tratta effettivamente di risposte istituzionali ad una domanda proveniente dal popolo oppure se non è una proposizione di uno “strumento” penale, che solo o prevalentemente alla maggioranza di governo appare una “soluzione”, ma che cerca “un’approvazione sociale”. Di fatto dieci anni di politica criminale e penale spesso simbolica, approvate da maggioranze parlamentari diverse, non hanno prodotto alcun significativo effetto di stabilizzazione sull’emotività collettiva.

  1. Conclusioni

McArthur Wheeler era un cittadino americano che nel 1995 si introdusse in una banca di Pittsburg con l’intenzione di rapinarla a volto completamente scoperto. Quando, qualche ora dopo, fu arrestato gli inquirenti scoprirono un particolare che li lasciò di sasso: il rapinatore infatti confessò che non si aspettava di essere catturato perché aveva visto su Internet che il succo di limone poteva fungere da inchiostro invisibile e quindi pensò che, spruzzandolo sul viso, lo rendesse totalmente invisibile alle telecamere. Il signor Wheeler era veramente convinto che funzionasse.

Ispirati da questo fatto di cronaca, due psicologi sociali della Cornell University – David Dunning e Justin Kruger – testarono l’ipotesi secondo cui l’incompetenza degli individui nel trovare strategie efficaci in una certa abilità non solo li porta a conclusioni errate, come nel caso di specie, ma la loro stessa incompetenza li priva della capacità di riconoscerla. Secondo Dunning e Kruger, quindi, gli individui incompetenti mancherebbero di metacognizione, che gli consentirebbe, ad esempio, di orientarsi tra informazioni e falsità. Secondo Dunning la cosa migliore da fare in questi casi sarebbe rivolgersi agli esperti. Ma per far ciò si deve riconoscere di aver bisogno di rivolgersi a chi ne sa di più — cosa quasi impossibile per l’ignorante inconsapevole – poi occorrerebbe riconoscere chi sono i veri esperti tra i sedicenti tali di cui è piena la Rete.

Contrariamente a ciò che si pensa Google non ci renderà stupidi, ma sicuramente non può neanche renderci magicamente sapienti.

Dunning spiega così il fenomeno: per ogni competenza, esistono persone molto esperte, esperte così così, poco esperte e pochissimo esperte. L’effetto Dunning-Kruger consiste in questo: le persone pochissimo esperte hanno una scarsa consapevolezza della loro incompetenza. Fanno errori su errori ma tendono comunque a credere di essere nel giusto.

Attenti però a non banalizzare l’effetto Dunning-Kruger perché è facile attribuire l’ignoranza inconsapevole sempre agli altri. Ciò che non vediamo è quando siamo noi che dobbiamo definire la nostra ignoranza più che le nostre conoscenze. Ci sono infatti cose che sappiamo di sapere e cose che sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche cose che non sappiamo di non sapere, per questo la persona equilibrata sta sempre sul chi vive ed evita di essere arrogante e tronfio, perché l’errore è sempre dietro la porta e nessuno ne è immune. Parafrasando Dunning si può dire che i più saggi sono coloro che sono in grado di delineare meglio i confini della propria ignoranza[21].

Non bisogna però dimenticare che i processi cognitivi nell’uomo rappresentano l’insieme di attività e delle facoltà che si attivano nei processi di conoscenza, inconsci o consapevoli e che comprendono: l’attività computazionale, che è sostanzialmente la capacità di affrontare e risolvere un problema mediante un processo logico-creativo, una strategia; l’attività di elaborazione delle rappresentazioni mediante procedure complesse e la loro manipolazione, le attività simboliche e di pensiero. La capacità di mentire si lega a tali superiori capacità cognitive perché presuppone un elevato grado di consapevolezza e riflessività. Ciò rende la comunicazione umana molto più elaborata e complessa rispetto alla comunicazione animale, ma al tempo stesso più faticosa, ingannevole, doppia e molto più esposta al rischio dell’inganno.

Tanto più sofisticata è la capacità dell’uomo di elaborare e comprendere le informazioni, quanto maggiore sarà la possibilità di difendersi dalle post-verità e, soprattutto, dalle fake news. Di conseguenza limitarsi ad affidare la difesa dalle false informazioni a Istituzioni pubbliche di vigilanza e di controllo o agli stessi gestori dei social è assolutamente insufficiente, in primo luogo per il carattere fluido e in continuo cambiamento di questa materia, ma soprattutto perché è rischioso in quanto conferisce a questi enti un potere eccessivo facilmente manipolabile con il rischio che la soluzione diventerebbe parte del problema stesso. In questa prospettiva la soluzione del problema è fondamentalmente culturale, attenendo a un livello di consapevolezza da parte degli utenti la cui acquisizione dipende dal coinvolgimento di una pluralità di elementi: dal sistema scolastico e formativo, alla qualità del dibattito pubblico, alla correttezza ed al senso civico degli attori politici.

Ma perché ciò avvenga occorre che la radice affettiva e sociale si intrecci con la dimensione intellettiva e culturale, solo così il pensiero critico funziona e non diventa uno scetticismo eccessivo che porta a rifiutare ogni tipo di informazione che provenga da altri, in un mondo in cui invece gran parte della conoscenza è mediata da informazioni e narrazioni che riceviamo da altri e quindi ha come presupposto e condizione essenziale la fiducia.

Come si è visto la tendenza oggi è quella di sostituire al fatto la narrazione e all’oggettività la prospettiva. L’arma più forte per difenderci da questi fenomeni è quella dell’ascolto di più fonti, di diverse narrazioni. Per poter dire di ascoltare davvero tutti ci vuole molta buona volontà, ma ci sono anche degli strumenti utili e disponibili gratuitamente on line:

  1. PolitEcho è un’estensione di Google Chrome che esamina la nostra lista di amici e il feed di Facebook al fine di calcolare il grado di pregiudizio politico a cui siamo sottoposti sul social network. Viene assegnato un punteggio di appartenenza ad ognuno di essi basato sulle pagine Facebook a cui hanno messo un like e confrontandolo col proprio;
  2. FlipFeed è invece un plug-in di Twitter che permette di sostituire il nostro feed con quello di un altro utente di orientamento politico opposto al nostro;
  3. Escape Your Bubble è un’estensione di Google che tenta di filtrare i contenuti provenienti dalla Rete da quella carica emotiva e dal tono partigiano che spesso fanno sì che l’utente non li prenda in considerazione, essa propone ai lettori articoli di fonti autorevoli utili a comprendere le ragioni dell’altra parte sui grandi temi di attualità che più dividono l’opinione pubblica[22];

In conclusione la sfida decisiva alle post-verità ed alle fake news non si gioca e non si vince solo all’interno del mondo politico o dell’informazione, ma, e soprattutto, in una società viva, consapevole ed aperta dove la formazione scolastica e sociale miri fondamentalmente allo sviluppo di quella capacità critica che ci consenta di vivere dentro la società, in un contesto dialetticamente sano e di continua crescita culturale.

Giuseppe Motta

[1]  Dominici P., Dentro la società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione, Franco Angeli, Milano 2014.

[2]  Luhmann N., Potere e complessità sociale, il saggiatore, Milano 1979.

[3]  Costa G., Orientarsi nell’era della post-verità, su “Aggiornamenti Sociali” febbraio 2017 pag. 93-100.

[4]  Sunstein Cass R., La democrazia nell’epoca dei social media, Il Mulino, Bologna, 2017.

[5]  M. Ferraris, Postverità ed altri enigmi, Laterza, Bari-Roma, 2017.

[6] Lorenzo Valla nel 1440 provò in modo inequivocabile la falsità della “donazione” che era stata redatta nell’ottavo secolo D.C.

[7] I comunisti che mangiano i bambini è una “favola” che è stata costruita ad arte sulla verità degli episodi di cannibalismo registrati in Unione Sovietica durante le terribili carestie degli anni Venti e Trenta, e si diffuse in Italia nel 1944 con la rappresentazione, nella rivista la “domenica del corriere”, della falsa notizia sulla deportazione in Unione Sovietica dei bambini siciliani, trattata e ingigantita poi dal manifesto della Repubblica di Salò rivolto alle mamme italiane con l’orco comunista con le sembianze di Stalin.

[8] l’esempio tipico di questa tipologia di Fake è quello della falsa informazione secondo cui l’Iraq possedeva vasti arsenali di bombe chimiche e da cui scaturì la seconda guerra del golfo

[9] l’alterazione quantitativa, ad esempio, è quella che aumenta il numero dei partecipanti a una manifestazione di protesta o di appoggio al governo per darle maggiore forza. L’alterazione qualitativa, invece, mira a far apparire le cose diverse da come sono suggerendone un’interpretazione deformata.

[10] La frase è in realtà di Friedrich Nietzsche, nel suo “frammenti postumi 1885-1887” (Adelphi, Milano, 1975), ma è diventata una sorta di slogan del postmodernismo.

[11] R. Brotherton, Menti sospettose, Perchè siamo tutti complottisti, Bollati Boringhieri, Milano, 2017.

[12] M. Fenster, The trasparent fix, http://markfenster.net.

[13] U. Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani, Milano, 1988.

[14] G. Marinucci – E. Dolcini (a cura di), Diritto penale in trasformazione, Milano, 1985, pag. 5.

[15] Cass. pen., sez. VI, 11 gennaio 1977, in Cass. pen., 1979, 74

[16] Rispettivamente, la rubrica del nuovo art. 656-bis c.p. e del nuovo art. 265-bis c.p della proposta di d.d.l. A.S. n. 2688 del 2017, presentato al Senato il 7 febbraio 2017.

[17] Fonte Eurostat: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Crime_and_criminal_justice_statistics/it

[18] Peraltro quasi tutti i casi di legittima difesa mostrati dai media a sostegno della riforma, si sono conclusi con l’archiviazione o l’assoluzione di chi ha sparato contro i ladri dimostrando che la norma esiste ed è efficace.

[19] C. E. Paliero, La maschera e il volto (Percezione sociale del crimine ed ‘effetti penali’ dei media), in Riv. it. dir. proc. pen., 2006, pag. 534.

[20] come recentemente accaduto, ad esempio, con l’introduzione nel Codice penale dei delitti di Omicidio stradale e di Lesioni personali stradali gravi o gravissime o come la proposta di allargare l’ambito applicativo della legittima difesa

[21] A. Sgobba, Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google, il saggiatore, Milano, 2017, cap. X.

[22] E. Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, Il Saggiatore, Milano, 2011.

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